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    Prossimi venturi, ma anche molto vicini alla realtà. Un fiorire di nuovi materiali che promettono applicazioni rivoluzi
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    Spariamo qualche flash sulle tendenze di noi italiani a tu per tu con il web. Speranze e contraddizioni alle porte.
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    Di vintage si parla tanto, forse troppo. A ben pensarci ce ne sono almeno 4 o 5. E non si definiscono allo stesso modo,
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    Il QR Code, cos’è, a cosa serve, cosa ci dobbiamo aspettare da lui. Lenigmatico quadrato fatto di quadrati violen
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Di vintage si parla tanto, forse troppo. A ben pensarci ce ne sono almeno 4 o 5. E non si definiscono allo stesso modo, anzi, si contraddicono…

Questa nostalgia postmoderna da una parte è una medicina che ci aiuta e rassicura nell’affrontare l’incertezza della nostra epoca, dall’altra è un indice della difficoltà di innovare.

Ragionando solo a livello di valori del brand è evidente la difficoltà nel creare casi di successo contemporanei. I veri brand globali sono pochi, i rivoluzionari di una volta (per esempio, Nike, Apple) oggi sono statici, le private label imperversano. È più facile quindi puntare sul passato, anche perché in molti casi si tratta di rilanciare marchi e prodotti di valore che per mille motivi erano scomparsi dal mercato, schiacciati dai meccanismi dei mercati globali che impongono fornitori e canali omogenei.
Tepa sport, le scarpe italiane che gli attuali quarantenni calzavano quando facevano educazione fisica a scuola, sono riapparse in comunicazione; la Spuma, la bibita che si beveva trent’anni fa all’oratorio o nei bar, prima e dopo una partita di calcetto, ha aperto un corner di degustazione in Rinascente. Ha suscitato scalpore il passaggio dei panettoni Motta da Nestlè a Bauli: il grande pubblico ha scoperto che questo storico marchio non solo non era più italiano ma che negli anni era stato venduto ad aziende di settori diversi (ristorazione, prodotti da forno, gelati, prodotti da ricorrenza).

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Un movimento nato in risposta al“total look” monomarca in cui tutti hanno trovato comodo comprare “la t-shirt che sta bene con il pantalone che sta bene con la giacca che sta bene con le scarpe” fino a quando il rischio di incontrare il proprio clone è divenuto palpabile.

Il vintage è arrivato ed ha portato una ventata di novità: abbandonate le vetrine dei grandi magazzini, si è aperta la caccia al capo d’abbigliamento unico, con la possibilità, tra l’altro, di investire un budget ridotto. E’ così che si sono diffusi i mercatini ed i negozi second hand, offrendo la possibilità di imbattersi, a seconda dei casi, in pile di gonne dai motivi sbiaditi che odorano di muffa oppure in un tubino nero Chanel originale. Ad oggi rinunciare al vintage significherebbe privarsi di un importante strumento fashion, una miniera di possibilità per affermare la propria personalità, dissociandosi dalle “proposte del momento”.  Il fenomeno, in Italia, non è ancora ampiamente diffuso ma è difficile proclamarsi insensibili al vintage. Il termine stuzzica l’immaginazione perché mischia diversi concetti interessanti: moda e stile personale, budget ridotto per pezzi rari e originali, mescolanza di riferimenti, generi ed epoche. Non è una metamorfosi anacronistica ma una tendenza che incornicia il presente nel passato, considerando i tocchi rètro estremamente moderni. Vintage è il termine che fa capolino tra le pagine di “Elle” e quelle di “Leggo”, un argomento più che mai attuale. Il vintage è l’ultima follia delle star che sul tappeto rosso indossano abiti che suonerebbe riduttivo considerare solo “vestiti vecchi”. Il vintage è una moda ricca di significati simbolici e culturali che nasce intorno agli anni sessanta e settanta.

Che venga da un negozio “second hand”, da uno scambio con un’amica o dall’eredità di una prozia, l’abito vintage è un indumento d’occasione che è stato già usato oppure che è stato conservato nuovo nel suo imballaggio originale. Un indumento che ha del vissuto e che, in ogni caso, racconta una storia. Il lato interessante è questo: il vintage ha un’anima. Evoca un periodo lontano, passato, generalmente un’epoca in cui le persone amavano le cose ben fatte, gli abiti cuciti a mano, le rifiniture curate. E’ l’equivalente della marmellata fatta in casa, che ha più gusto di quella comprata al supermercato.
Il vintage cattura anche chi bada al lato economico del fashion e, dato che un vestito di seconda mano costerà meno di uno nuovo, comprare un capo di proprio gusto porterà anche alla sensazione gratificante di aver fatto un “buon affare”. La caccia al vintage, infatti, può essere considerata gratificante poiché richiede impegno e conoscenze. Ma nel mondo del rètro è facile scivolare dal buon affare a un fenomeno di moda vicino allo snobismo. Vintage è, per definizione, un  pezzo raro! anche se questo, ai suoi tempi, è stato prodotto in migliaia di esemplari. Per coloro che amano la moda rappresenta un gioco, una mescolanza di stili, costoso ed economico, nuovo e vecchio, personalità ed umore che salvano dal grigiore di un armadio pieno di capi basic tutti uguali

25 aprile 2010 | Di Barbara Chiarolanza

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“E’ il momento di guardarsi alle spalle per poter andare oltre”

  1. “La prima regola è che non ci sono regole”. Sbagliato: ci sono e gli anni 90 sono finiti da un pezzo. Altrimenti di cosa vi parliamo?
  2. “Nulla si crea,nulla si distrugge,tutto si trasforma”. Non è solo una legge chimica.
  3. “La moda riflette sempre i tempi in cui vive”. Gli amanti del vintage non si fanno imboccare dalla moda, se la creano tramite una ricerca.li>
  4. Noi vogliamo distruggere le fabbriche di vestiti e gli atelier di ogni specie, e combattere contro il conformismo e la spersonalizzazione.
  5. È il momento di guardarsi alle spalle per poter andare oltre.
  6. Il coraggio, l’audacia, la ribellione saranno elementi essenziali del nostro vestire.

MANIFESTO VINTAGE FESTIVAL SETTEMBRE 2010 – PADOVA

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Se una cosa funzionava cinquant’anni fa, funziona anche ora.Hanno rielaborato e ri-brendizzato il rock. Lo hanno colorato, edulcorato e risputato sotto gli alberi di natale.Ce la siamo bevuta.

Durante il loading stringiamo le nostre chitarre, con le facce illuminate solo dagli schermi delle tv.Ci hanno convinti di quanto fosse tosto suonare un joystick a forma di chitarra. L’industria del business macina e l’appellativo vintage scatta ad un ritmo settimanale. Esce questa campagna pubblicitaria: “stop playing games start playing guitar”. Mi sono detto: fantastico! Qualcuno se n’è accorto. Ma anche questo fa parte dell’illusione. Per difendere il passato siamo costretti a scendere allo stesso livello del presente, facendo lo stesso errore. Siamo sicuri che la cosa importante sia passare dalla plastica e ritornare al legno? In questa battaglia a colpi di joystik si soffrigge il passato nella magia ipnotica del presente.

di: Paolo Orsacchini

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La tesi qui avanzata è che, dopo che un nuovo prodotto tecnologico (basato su una tecnologia innovativa) è stato lanciato in un mercato, si possono formare all’interno di quest’ultimo nicchie di utenti nostalgici del vecchio prodotto, restii alla sostituzione ma anche, tuttavia, desiderosi di beneficiare dei vantaggi offerti dal progresso tecnologico.

L’emersione di queste nicchie non solo consente al vecchio prodotto di sopravvivere ma può spingere le imprese ad implementare strategie tecnologiche e di marketing volte a recuperare in qualche misura i vecchi prodotti tecnologici tramite artefatti innovativi, basati sulle nuove tecnologie. Nel presente lavoro, tale approccio è definito vintage innovation e si esplica nella integrazione di vecchi e nuovi prodotti tecnologici attraverso lo sviluppo e la commercializzazione di un prodotto terzo, un artefatto appositamente pensato per tali nicchie di consumatori “antiquati”. Tale artefatto è qui definito, appunto, come prodotto vintage.

La tesi di fondo su cui poggia la innovazione vintage è, dunque, che le nuove tecnologie non rappresentano soltanto una minaccia per tecnologie e prodotti in fase di declino ma possono rivelarsi una fonte determinante per stimolare un loro ammodernamento o rivitalizzazione (Patel e Pavitt, 1994; Mowery e Rosenberg, 1999). Gli obiettivi raggiungibili tramite questo approccio e le innovazioni tecnologiche da esso scaturenti sono diversi e non si limitano alla sola entrata in nicchie di mercato composte da utenti non completamente soddisfatti o interessati alle nuove tecnologie.

Ad esempio, si può ambire a allungare il ciclo di vita di dominant design maturi e delle tecnologie a questi collegate oppure anche a sfruttare le ca-pacità di R&S, conoscenza di mercato o brand awareness di cui l’impresa gode rispetto alla vecchia tecnologia, secondo una chiara logica di accumulazione creatrice.

La vintage innovation presuppone la creazione di un’innovazione autonoma, che tenta di integrare la vecchia e la nuova tecnologia e i relativi prodotti. La sostanziale staticità del livello di conoscenza tecnologica incorporata nel vecchio prodotto è un aspetto determinante nel concetto di vintage innovation. L’impresa non ha bisogno di effettuare alcun upgrade al vecchio artefatto in quanto i vintage user non lo ritengono un aspetto rilevante. Al contrario, tali soggetti desiderano utilizzare il vecchio prodotto così come è sempre stato e così come hanno fatto finora.

Il vinyl emulator , che consente lo “scratchare” tipico dell’abilità professionale del DJ, utilizzando tutti i vantaggi della tecnologia digitale, è un perfetto prodotto di Vintage Innovation.

N.B. Per approfondire il concetto di Vintage Innovation si legga il dettagliato articolo di Francesco Schiavone “Cambiamento tecnologico e nicchie di mercato antiquate: la vintage innovation”, in: Economia e politica industriale, Franco Angeli Editore, 2010

 

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